
Grandma (Otto's wife)
Maria holds the family together — literally, because when she makes her soup, everyone shows up at the table, even those who are fighting. She solves every problem with food and a hug, in that order. She sings old songs while she knits, keeps a box of old photographs she doesn't show anyone except on special occasions, and smells of lavender and fresh bread. She's stubborn, but only out of love — when she says 'eat', she's not asking.

Era un pomeriggio tipico a Vallumora quando Maria si accorse che Loli mancava. "Loli!" chiamò Maria, ma non ci fu risposta. Vito iniziò a piangere, mentre Pino camminava nervosamente in cucina. "Dove è Loli?" chiese un Pino preoccupato. Nessuno aveva una risposta. "Dobbiamo trovarla!" dichiarò Maja, già mentre schizzava un poster con la foto di Loli. Ma mentre si radunavano per discutere il piano di ricerca, udirono un suono insolito provenire dalla soffitta...

Eva e Dundo avevano un raro giorno libero senza i bambini. Otto e Maria si erano offerti volontari, facendo da babysitter ai piccoli mentre la coppia aveva deciso di tornare nel luogo in cui si erano incontrati per la prima volta. Avvicinandosi al vecchio ponte di legno sopra il ruscello, Eva ricordava quella sera, mentre Dundo aveva un regalo speciale nascosto nella tasca.

Nella strada più stretta del centro storico c'era una panetteria che non aveva mai avuto più di un cliente al giorno. Ogni mattina, un'anziana di nome Maria impastava la pasta, intrecciava un croissant perfettamente formato e lo posava sul davanzale. Poi si sedeva e aspettava. Il cliente era sempre lo stesso: un vecchio con un cappello blu che arrivava esattamente alle 7:15, lasciava una moneta, prendeva il croissant e andava via senza dire una parola. La gente pensava che Maria fosse pazza. "Perché non ne fa di più? Perché non vende ad altri? I suoi croissant sono i migliori in città!" Ma Maria semplicemente alzava la mano e diceva: "Non si cuoce per tutti. Si cuoce per chi ne ha bisogno." Una mattina, il vecchio con il cappello blu non è venuto. 7:15. 7:30. 8:00. Il croissant sudava sul davanzale mentre si raffreddava. Per la prima volta in trent'anni, Maria cominciò a piangere nella sua panetteria. E poi qualcuno che non aveva mai visto prima bussò alla porta...

Nel quartiere vicino al fiume viveva un cane che tutti chiamavano Jole. Era marrone, con un orecchio bianco, e per quanto chiunque potesse ricordare — era sempre stato lì. Le vecchie nonne sostenevano di ricordarlo dalla loro infanzia. "Impossibile," dicevano i giovani. "I cani non vivono così a lungo." Ma Jole era diverso. Aveva una cicatrice sulla zampa, zoppicava su una gamba posteriore, un occhio era chiuso, e la sua coda aveva un nodo. Ogni ferita aveva la sua storia. Il piccolo Filip, che si era appena trasferito nel quartiere e non aveva amici, si sedeva ogni giorno sui gradini davanti al suo palazzo e osservava Jole passare. Un giorno il cane si sedette accanto a lui e — Vito avrebbe potuto giurarlo — lo guardò con quell'unico occhio come se capisse. "Tutti dicono che hai vissuto nove volte," sussurrò Vito. "È vero?" Il cane abbaiò. E la vecchia Maria, che abitava al piano terra e sentiva tutto, aprì la finestra e disse: "Jole non ha vissuto nove vite, ragazzo. Ma nove volte è quasi morto. E ogni volta ha imparato qualcosa che le persone non sanno..."

Hana aveva un'abitudine strana. Ogni volta che pioveva, correva fuori in giardino con un barattolo di vetro vuoto e raccoglieva l'acqua piovana. Sugli scaffali della sua stanza c'erano più di cento barattoli, ognuno con una data e un piccolo etichetta. "Lana, perché collezioni la pioggia?" chiedevano a scuola. I bambini ridevano. "È solo acqua!" Ma Hana sapeva qualcosa che gli altri non sapevano. Sua nonna, che viveva in un villaggio sull'isola, le aveva insegnato prima di morire. Le aveva detto solo una frase — una frase che Hana non aveva mai ripetuto a nessuno. Un giorno, la peggiore siccità degli ultimi cinquanta anni colpì la città. I parchi divennero gialli, le fontane si prosciugarono, le persone aspettavano in fila per l'acqua. Quella sera, Hana si sedette sul pavimento della sua stanza, circondata dai barattoli, e per la prima volta aprì il più vecchio — quello che aveva riempito con sua nonna, nell'ultimo giorno che trascorsero insieme. Quando aprì il coperchio, avvertì un odore che la fece fermare...

Quando Hana stava pulendo la soffitta dopo la morte di sua nonna, trovò una scatola piena di lettere. Centinaia di lettere, impilate ordinatamente, ognuna nel proprio inserto — ma nessuna busta era sigillata. E nessuna aveva un indirizzo. "Papà, nonna ha scritto lettere che non ha mai inviato?" chiese a suo padre, che era in cima alla scala. Il padre salì nella soffitta, prese una lettera e la lesse. Le sue mani tremavano. Ne prese una seconda. Una terza. Ogni lettera era indirizzata alla stessa persona — ma era un nome che Hana non aveva mai sentito. "Papà, chi è Helena?" Il padre rimase in silenzio per a lungo. Poi si sedette sul pavimento polveroso della soffitta e disse: "Siediti, Ema. Tua nonna aveva un segreto che ha tenuto per cinquant'anni. E penso che questa scatola sia il suo modo di dirti finalmente la verità."

In una piccola città accanto al fiume viveva il vecchio nonno Otto, che aveva passato tutta la sua vita a costruire ponti. Di pietra, di legno, sospesi — di tutti i tipi. La gente veniva da terre lontane per vedere i suoi ponti, perché nessuno di essi era mai crollato. Ma Otto aveva un'abitudine insolita. Ogni ponte che costruiva, una volta completato, vi trascorreva l'intera notte. Solo, in silenzio, sotto le stelle. Un giorno, suo nipote Luka, che aveva dodici anni, decise di seguirlo. Si nascose dietro a un pilastro e osservò suo nonno seduto nel mezzo del nuovo ponte, con le gambe penzoloni sopra il parapetto di pietra, mentre sussurrava qualcosa al fiume. "Nonno, con chi stai parlando?" urlò Vito, non riuscendo a trattenersi oltre. Otto non si sorprese. Come se lo stesse aspettando. "Vieni, siediti accanto a me. È tempo che ti racconti perché in realtà costruisco ponti. La ragione non è quella che tutti pensano."