
Avventura Notturna nella Foresta
27 maggio 2026
Le storie sono generate dall'IA con cura editoriale.

27 maggio 2026
Le storie sono generate dall'IA con cura editoriale.

"Papà, perché prendiamo sempre questo percorso più lungo?" chiese Vito, guardando il sentiero ripido che si arrampicava sulla collina. Giù nella valle poteva vedere la strada — piatta, asfaltata, facile. Suo padre gli diede una pacca sulla spalla. "Perché in cima c'è qualcosa che devi vedere." Camminarono per quasi un'ora. Il respiro di Vito era affannato, le sue gambe stanche. Stava per arrendersi quando raggiunsero la cima della scogliera. Davanti a loro si ergevano due alberi. Uno era enorme, forte, con una chioma così ampia che proiettava un'ombra su metà della scogliera. I suoi rami sfidavano il vento che soffiava incessantemente a quell'altezza. L'altro albero, a nemmeno cinque metri di distanza, era secco, rotto, quasi morto. Si limitava a scricchiolare tristemente nel vento. "Entrambi gli alberi sono stati piantati lo stesso giorno, dallo stesso seme," disse suo padre a bassa voce. Vito lo guardò confuso. "È impossibile. Guardali — sembrano avere cento anni di differenza." "La differenza non sta negli anni, figliolo. La differenza è in qualcosa che è successo quando entrambi gli alberi avevano solo cinque anni..."

Era un pomeriggio tipico a Vallumora quando Maria si accorse che Loli mancava. "Loli!" chiamò Maria, ma non ci fu risposta. Vito iniziò a piangere, mentre Pino camminava nervosamente in cucina. "Dove è Loli?" chiese un Pino preoccupato. Nessuno aveva una risposta. "Dobbiamo trovarla!" dichiarò Maja, già mentre schizzava un poster con la foto di Loli. Ma mentre si radunavano per discutere il piano di ricerca, udirono un suono insolito provenire dalla soffitta...

In una piccola città accanto al fiume viveva il vecchio nonno Otto, che aveva passato tutta la sua vita a costruire ponti. Di pietra, di legno, sospesi — di tutti i tipi. La gente veniva da terre lontane per vedere i suoi ponti, perché nessuno di essi era mai crollato. Ma Otto aveva un'abitudine insolita. Ogni ponte che costruiva, una volta completato, vi trascorreva l'intera notte. Solo, in silenzio, sotto le stelle. Un giorno, suo nipote Luka, che aveva dodici anni, decise di seguirlo. Si nascose dietro a un pilastro e osservò suo nonno seduto nel mezzo del nuovo ponte, con le gambe penzoloni sopra il parapetto di pietra, mentre sussurrava qualcosa al fiume. "Nonno, con chi stai parlando?" urlò Vito, non riuscendo a trattenersi oltre. Otto non si sorprese. Come se lo stesse aspettando. "Vieni, siediti accanto a me. È tempo che ti racconti perché in realtà costruisco ponti. La ragione non è quella che tutti pensano."

Nel quartiere vicino al fiume viveva un cane che tutti chiamavano Jole. Era marrone, con un orecchio bianco, e per quanto chiunque potesse ricordare — era sempre stato lì. Le vecchie nonne sostenevano di ricordarlo dalla loro infanzia. "Impossibile," dicevano i giovani. "I cani non vivono così a lungo." Ma Jole era diverso. Aveva una cicatrice sulla zampa, zoppicava su una gamba posteriore, un occhio era chiuso, e la sua coda aveva un nodo. Ogni ferita aveva la sua storia. Il piccolo Filip, che si era appena trasferito nel quartiere e non aveva amici, si sedeva ogni giorno sui gradini davanti al suo palazzo e osservava Jole passare. Un giorno il cane si sedette accanto a lui e — Vito avrebbe potuto giurarlo — lo guardò con quell'unico occhio come se capisse. "Tutti dicono che hai vissuto nove volte," sussurrò Vito. "È vero?" Il cane abbaiò. E la vecchia Maria, che abitava al piano terra e sentiva tutto, aprì la finestra e disse: "Jole non ha vissuto nove vite, ragazzo. Ma nove volte è quasi morto. E ogni volta ha imparato qualcosa che le persone non sanno..."